Bhagavad Gita: fonte preziosa per imparare a meditare

da | 11 Febbraio 2022 | Esperienze spirituali, Meditazione, Scoprire il Divino Sé, Storie della mia vita

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Qualche anno fa acquistai L’Essenza della Bhagavad Gita commentata da Paramhansa Yogananda nei ricordi del suo discepolo Swami Kriyananda [1]. Quest’opera contiene i commenti alla “Bibbia degli indù” dettati dal grande maestro Paramahansa Yogananda tanti anni fa, quando Kriyananda era giovane.

Ho deciso di riportarne alcuni passi in questo articolo (e di riassumerne altri) allo scopo di farvi notare quanto sia importante la meditazione. Ritengo che per imparare a meditare veramente ci si debba riferire proprio alla Bhagavad Gita o a un suo commentario ben fatto perché è come andare alla fonte.

Al capitolo primo, pag. 11, dell’opera citata si legge che Bhagavad Gita vuol dire “Canto di Dio”. La Gita è la Scrittura più conosciuta e amata dall’India ed è stata scritta nel III secolo Avanti Cristo.

Un metodo per trovare Dio nel nostro cuore è la meditazione profonda. Ne L’Essenza della Bhagavad Gita infatti è scritto: “La beatitudine dell’anima sperimentata in particolare nella profonda meditazione nasce dal sé (…). Allo stesso modo, quando il Suono Cosmico Aum viene udito, l’individuo sa con certezza intuitiva di poterlo ascoltare”.

Inoltre ho letto:

“Tra coloro che Ti adorano con costante devozione e coloro che si concentrano sull’Assoluto, chi è più versato nella scienza dello yoga?” (12, 1) Il Beato Signore rispose: “Coloro i quali con la mente fissa su di Me, sono sempre uniti a Me con pura devozione, sono ai miei occhi quelli che meglio riescono nello yoga”. (12, 2)

“La perseveranza nella ricerca della conoscenza del Sé e la (sincera) aspirazione a (sperimentarla) attraverso la meditazione, sono da preferirsi al possesso di una conoscenza teorica. Offrire a Me i frutti dell’azione, inoltre, è meglio che meditare soltanto, ma in modo irrequieto. L’azione, unita alla rinuncia ai frutti dell’azione, porta la pace interiore, che rende possibile la meditazione profonda”. (12,12)

“Quando lo yogi sa ritirare la sua energia dagli oggetti della percezione sensoriale, come una tartaruga che ritiri la testa e gli arti nel proprio guscio, allora si radica nella saggezza”(2, 58)

“Il Beato Signore disse: Parta (Arjuna), ascolta come, seguendo il sentiero dello yoga e immergendoti nella Mia coscienza, e trovando (totalmente) rifugio in Me, Mi realizzerai completamente così come sono (sia nel Mio Sé Infinito e immobile, sia esternamente, con tutti i Miei attributi e poteri).
(ConoscendoMi così), trascenderai ogni possibilità di dubbio”.(7, 1)[2]

Swami Kriyananda era partito dall’idea di scrivere un piccolo libro, ma, vista l’importanza del lavoro, alla fine realizzò un commento all’intera Gita. Kriyananda ricordava i giorni trascorsi con il Maestro Yogananda quando Lo aiutava nella revisione del testo. Era il 1950 e aveva ventitré anni. Yogananda disse: “È nata una nuova Scrittura! Milioni di persone troveranno Dio attraverso quest’opera. Non solo migliaia ma milioni! L’ho visto! Lo so!”.
Nel 2005 Kriyananda capì che era giunto il momento di occuparsi dei commenti del suo Maestro alla Gita, un compito per il quale aveva cominciato a prepararsi appunto nel 1950. E grazie alla sua forte memoria, riuscì a ricordare le spiegazioni di Yogananda. E così scrisse questa nuova versione dell’opera.


Dice l’autore che coloro che cercano Dio tramite la meditazione troveranno in questa Scrittura dei profondi insegnamenti.

Yogananda dice nei suoi scritti e nei suoi commenti alla Gita che l’uomo è un essere dalla triplice natura: fisica, mentale e spirituale. Queste devono essere tutte sviluppate per evitare che una ostacoli le altre. La Bhagavad Gita insegna tutti gli aspetti importanti del sentiero spirituale.
Tutti i grandi maestri arrivano alla visione dell’unica verità che è Dio. Il vero scopo delle Scritture è quello di “mostrare all’uomo come trovare l’eterna libertà in Dio”, si legge ancora nel libro citato.


La Gita è allegorica. Presenta due personaggi, Arjuna e Krishna, mentre passano tra due grandi eserciti schierati per la battaglia sul campo di Kurukshetra. A combattersi sono i Pandava, fratelli di Arjuna, dei quali egli è il comandante e i Kurava, i loro cugini guidati da Duryodhana che ha usurpato il trono.
Nel Mahabharata[3], Arjuna chiede a Krishna di essere il suo auriga. La Gita racconta il dialogo tra questi due personaggi mentre sono sul carro e passano fra i due eserciti. Arjuna esprime dei dubbi sulla giustezza della guerra che sta per cominciare.  

Lo scontro è però allegorico. Si spiega, infatti, che gli eserciti contrapposti rappresentano il contrasto interiore di ogni persona non illuminata tra le inclinazioni positive e quelle negative. La guerra è l’eterno conflitto che si combatte all’interno dell’uomo. Si legge inoltre che le verità esposte nella Gita riguardano tutti i nostri piani dell’esistenza: materiale, mentale, emozionale e spirituale. È la descrizione dell’eterna lotta che avviene in noi tra il bene e il male e si conclude solo con la liberazione finale. Arjuna si deve rassegnare al fatto che deve lottare contro membri della sua stessa famiglia!

“Non sono in gioco solamente la vita o la morte fisica: contrapposte una all’altra vi sono la vita dello spirito e l’abbandono di quelle qualità che conducono alla beatitudine dell’anima”.

La morte, ricorda Krishna ad Arjuna, non è niente, è come togliersi un vestito. La coscienza è eterna. Però, rifiutare i principi spirituali vuol dire abbracciare la morte spirituale. Bisogna combattere per arrivare alla vittoria “dei principi dell’anima sull’indolenza e sulle comodità materiali”. E questo è il primo insegnamento della Bhagavad Gita, leggiamo sempre nel libro di Kriyananda.
La Bhagavad Gita è una Scrittura che dà risposte per tutti i problemi della nostra vita.
Il tema sottostante è quello del ritorno dell’anima alla Grande Fonte dalla quale si è separata eoni fa, si spiega.

“È il percorso che ogni anima deve compiere quando inizia il sentiero esteriore della vita e quando sceglie di seguire il sentiero interiore del divino risveglio”.

L’anima lotta per liberarsi da maya, l’illusione, è la battaglia che tutti i ricercatori spirituali devono affrontare.
Si spiega inoltre che è un fatto certo che Krishna sia un personaggio storico, però le storie che lo riguardano, per esempio quelle dell’infanzia e della gioventù, sono delle allegorie per insegnare ai devoti. I protagonisti principali sono realmente esistiti; Beda Byasa, l’autore della Bhagavad Gita, infatti, realizzò la storia intorno a personaggi ed eventi storici veri. I personaggi minori, invece, sono inventati e rappresentano i temperamenti dell’uomo.
“Ognuno dei Pandava rappresenta uno dei cinque chakra, o centri spinali”. Il sentiero del risveglio divino è la spina dorsale.

Si descrive come l’energia entra e forma il corpo di un neonato e come poi esce alla fine della vita nel momento del trapasso:

“L’energia entra nel corpo attraverso il midollo allungato, alla base del cervello. Da questo punto lo spermatozoo e l’ovulo, dopo essersi uniti, cominciano a formare l’embrione.
L’energia che allora si solidifica in materia, scorre, (dopo averli creati), attraverso i nervi del cervello, giù lungo la spina dorsale e all’esterno per formare il corpo. Quando la coscienza si ritira dal corpo al momento della morte, l’energia defluisce dapprima dalle estremità nella spina dorsale, poi sale lungo la spina dorsale e infine emerge nuovamente attraverso il midollo allungato, lasciando il corpo.”

Ciò viene spiegato perché nella meditazione il processo è simile, senza morire, ovviamente.

Difatti leggiamo:

“Nella meditazione estatica lo yogi (…) ritira la propria energia e la propria coscienza seguendo lo stesso percorso. La meditazione profonda è un processo con il quale si “muore” consapevolmente, con la possibilità di ritornare nel corpo dopo la meditazione e di riprendere le normali attività. Come dichiarò San Paolo nel Nuovo Testamento (in un brano spesso citato da Paramahansa Yogananda): “Io muoio ogni giorno”. (Prima lettera ai Corinzi 15, 31).
A mano a mano che lo yogi ritira la sua energia e la sua coscienza dai sensi nella spina dorsale, egli cerca di innalzarle lungo di essa fino a cervello. Il midollo allungato ha due poli, uno negativo e uno positivo. (…) Il polo negativo (agya chakra) si trova nel midollo allungato stesso; il polo positivo – che riflette il midollo allungato – è il Kutastha, l’occhio spirituale tra le sopracciglia. (…)
L’occhio spirituale, quando è contemplato chiaramente, è lo stesso a livello universale: un campo di luce blu scuro circondato da un alone dorato, nel centro del quale si trova una stella a cinque punte. L’aureola dorata rappresenta il mondo astrale; il campo blu al suo interno il mondo causale e anche l’onnipresente Coscienza Cristica; la stella al centro lo Spirito al di là della creazione.
Paramahansa Yogananda ha spiegato che l’uomo, come dice la Bibbia, è fatto a immagine di Dio, perché quella stella a cinque punte ricorda il corpo umano: con le gambe aperte, le braccia distese ai lati e la testa sulla sommità (…)”.

E io dico che queste sono cose che è possibile vedere veramente durante la meditazione profonda. Per esempio una volta, all’inizio del mio cammino spirituale, vidi la stella a cinque punte. Poi si possono vedere anche altre cose.

“La Bhagavad Gita ci conduce immediatamente alla meditazione come alla strada più rapida per arrivare a Dio”.

Swami Sri Yukteswar, il Maestro di Yogananda, ha paragonato la mente a un uccellino tenuto in gabbia per tanti anni. Anche se apri la gabbia, l’uccellino non scappa perché ha paura dell’immenso cielo in cui è destinato a volare, perché è abituato a stare chiuso in gabbia. Dopo qualche tempo comincerà a uscire, ma presto timoroso tornerà dentro. Solo dopo molto tempo avrà il coraggio di librarsi nel cielo e liberarsi finalmente dalla gabbia.
Arjuna (“sulla cui bandiera compare l’emblema della scimmia”), innalza l’arco (che è il simbolo della spina dorsale; la freccia lanciata dall’arco simboleggia il potere della concentrazione) e rivolge a Krishna una richiesta. La scimmia simboleggia l’irrequietezza. Sollevare “l’emblema” della scimmia vuol dire che Arjuna ha ottenuto il controllo sulla propria mente irrequieta ed ora può entrare in comunione con il Signore (Krishna).
“O Immutabile Krishna,” dice Arjuna “Ti prego di guidare il mio carro tra i due eserciti così da poterli vedere schierati l’uno contro l’altro per comprendere meglio contro chi devo combattere”.
Krishna divenne così l’auriga di Arjuna.

“Simbolicamente, il carro rappresenta il corpo umano e i cavalli i cinque sensi (in realtà, esistono anche cinque sensi sottili: l’udito e il potere di udire; la vista e il potere di vedere e così via). Arjuna invitò il Signore a guidare il carro della propria vita, a tenere le redini dei propri sensi e a decidere la direzione da seguire durante l’incipiente battaglia. Allo stesso modo, anche il devoto deve sempre cercare di vedere in Dio l’Unico Autore di ogni sua azione. Guidare il carro degli sforzi spirituali tra i due eserciti significa ritirare l’energia nella spina dorsale; rappresenta anche la consapevolezza, che il devoto raggiunge nella meditazione, dell’esistenza all’interno del suo essere di due forze contrastanti, che competono per attirarlo in direzioni opposte: verso il basso e verso l’alto. Lo scopo della meditazione è di innalzare l’energia nella spina dorsale, per trasferire così tutte le energie inferiori in quelle superiori nella spina dorsale stessa e concentrarle quindi nel punto tra le sopracciglia unendole infine sulla sommità del capo con il polo più alto del corpo (il sahasrara)”.

Ad un certo punto ad Arjuna sfugge di mano l’arco, questo vuol dire che non riesce a meditare bene.
Poi Arjuna si scoraggia, lascia cadere l’arco e si accascia sul carro. Come può combattere contro quelle persone?
“…mentre ogni azione motivata dall’ego ispira una reazione, nella pratica dello yoga non vi è una reazione dualistica, poiché il suo scopo è la conclusione dell’attività karmica. È questo l’insegnamento della prossima stanza: “In questo sentiero (dell’azione yogica) non esiste il pericolo di “cose incomplete”, né si trovano latenti in esso gli effetti opposti della dualità, che si annullano a vicenda. Praticando anche solo un po’ questa religione, l’individuo si libererà da grandi paure e immani sofferenze (che sono inerenti all’incessante ciclo di morte e rinascita). (2, 40)”

Non c’è nulla che porti un appagamento vero e anche se qualcuno sembra averlo trovato, in realtà non è mai il sommo bene e non dura molto. Solo trovare Dio porta gioia duratura: è questo l’unico scopo della vita.
Quando c’è il desiderio di trovare Dio e si desidera con sincerità la salvezza, si intraprende il percorso verso la libertà finale.

Tratto e riassunto da L’Essenza della Bhagavad Gita commentata da Paramhansa Yogananda nei ricordi del suo discepolo Swami Kriyananda, Ananda Edizioni


[1] Di Swami Kriyananda, (Donald Walters), Ananda Edizioni

[2] Tratto da L’Essenza della Bhagavad Gita, Swami Kriyananda, Ananda Edizioni.

[3]Il Mahabharata è uno dei più grandi poemi epici indiani e uno dei testi religiosi più importanti dell’Induismo.




Parlo di me

Ciò che ho sperimentato e compreso è talmente bello e importante che non posso tenerlo solo per me. Per questo ho deciso di condividere le mie esperienze spirituali. E se anche soltanto una persona, leggendo il blog o i miei libri, decidesse di intraprendere un cammino di ricerca interiore arrivando a provare la mia stessa infinita Gioia, avrò raggiunto l’obiettivo. La vita spirituale mi ha dato tutto, mi ha appagato completamente. Quando si ama intensamente Dio, non si desidera nient’altro e non si teme più nemmeno la morte. Il Padre, puro Amore, è la Grande Energia che permea l’Universo e noi non siamo altro che sue Scintille. Acquisirne la consapevolezza ci fa sentire completi e in armonia con il creato. Nel mio cammino, ho scelto la meditazione profonda perchè la considero una via diretta, ma ciascuno è libero di intraprendere la strada che gli è più consona.

Anna Gravinese

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